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Manfredi Nicoletti

 

Nato a Maiori il 16 gennaio del 1891, compie i primi studi da autodidatta, per iscriversi poi all’Accademia di Belle Arti di Napoli. È dapprima allievo di Dalbono e poi di Cammarano: in questi anni conosce Antonio Mancini con il quale stabilirà un rapporto di vera amicizia che si protrarrà nel tempo. Nel 1914 si diploma; nello stesso anno partecipa alla XXXVl a Promotrice con due dipinti, Chierichetto  in sagrestia e Ritratto del pittore Pasini; nel 1915  è presente alla l a Esposizione Nazionale d’Arte, organizzata a Napoli ed inaugurata da una conferenza di Umberto Boccioni. Questa mostra, nella quale Nicoletti espone la tela Il rosario ,  rappresenta un momento importante per la cultura artistica napoletana:  è  il tentativo di rompere gli schemi e le logiche dei gruppi legati alla pittura tradizionale, proponendo artisti quali Edgardo Curcio, Eugenio Viti, Saverio Gatto, Achille D’Orsi. Nel 1921 partecipa con il pastello Testa di bimba alla l a Esposizione Biennale Nazionale d’Arte della Città di Napoli, presieduta da Benedetto Croce. Le opere di questi anni evidenziano una tavolozza scura, ove allo studio attento della figura, calibrata da un disegno meticoloso, si affianca un tentativo di caricare di tensione l’immagine: un esempio  è  offerto dalla tela Teste di bue  del 1925. Tra il 1915 e il 1917 stringe amicizia con Luigi Crisconio che sarà, con Francesco Cangiullo e Ugo Fruscione, uno dei principali riferimenti della futura attività espositiva.

Del 1928  è  la prima personale, allestita al primo piano dell’Edificio Scolastico Occidentale di Salerno, la stessa sede che, un anno prima, aveva ospitato la Mostra d’Arte fra gli Artisti del Salernitano: espone ben cinquantasei opere, tra oli e pastelli, gran parte realizzate negli anni Venti, le vedute di Ravello, le figure negli interni e poi i numerosi angoli della Costiera amalfitana, riassunti negli scorci di presepi magici, mossi da un colore fluido. Questi ultimi preannunciano il movimento di masse che si confondono nelle virgole di un segno esasperato, ritmi di bagliori delle luminarie presenti nel lungo e ricco ciclo delle feste popolari realizzato a partire dagli anni Trenta.

Del 1930  è  la partecipazione alla collettiva "Pro Cultura Fascista" ordinata a Napoli e presentata da Edoardo Pansini: qui espone il  Concerto serale ,  la Processione, l’Asilo d’infanzia. Nel 1931 è a Londra ospite della famiglia Alington che gli organizza una mostra alla Picture Gallery di Eton College. Il soggiorno inglese non dura molto tempo; motivi familiari, nonché climatici lo riportano in Italia nel suo studio di Ravello.

Nel 1931 è invitato alla l a Quadriennale d’Arte Nazionale, ove espone Festa notturna del 1930; alla II Mostra Salernitana d’Arte, del 1933, mentre nel maggio del 1939 il Circolo Artistico di Napoli organizza alla Villa Comunale una sua personale.

Chiude questo periodo la mostra organizzata al "Bragaglia fuori commercio" (Casa dell’arte Bragaglia) a Roma nel 1940, presentata da Alfredo Schettini. Il significato che riveste questa mostra è notevole e precisa quell’adesione di tendenza, anche se velata da motivi autoctoni, che Cangiullo aveva già rilevato presentando la mostra del 1928. Espone soprattutto le feste, costruite sulla forza dinamica delle luminarie, delle bande musicali, insomma quel movimento di luci che si riflettono sugli ottoni, che agitano mani informi, tra volti e teste ridotte a macchie di colore puro. Seguono le personali allestite a Salerno, nella nuova sede del Partito Socialista del 1944 e quella organizzata nel Salone della Casa del Combattente del 1949; a Cava de’ Tirreni del 1953. Nello stesso anno partecipa alla l a Rassegna delle Arti Figurative nel Mezzogiorno a Napoli. Nel 1955 espone alla Prima Mostra dei Pittori Salernitani, promossa dal Centro di Cultura; nel 1957 prende parte alla  lll a  Mostra Artisti Salernitani, organizzata dall’Ente Italiano Pro-Cultura di Salerno, introdotta al catalogo da Fortunato Bellonzi.

In questi anni la pittura di Nicoletti è orientata allo studio delle architetture mediterranee, alla struttura delle rocce che disegnano la Costiera: la luce cristallina che si rifrange nell’aria tersa  è  l’elemento dominante di questi dipinti. È una luce che esalta la trasparenza delle tinte, che scava e definisce i volumi: l’artista approda ad uno spazio-luce costruito da un colore vibrante, modulato da zone chiuse, riprendendo quella composizione cromatica altamente razionale, propria di Cézanne. Rompe così lo schematismo prospettico e scenografico della pittura di paesaggio, vivo nella tradizione napoletana. Muore a Cetara I’8 agosto del I978.